CIAO BRENDA …

 a  Brenda da NIKISA

CIAO BRENDA

(elogio funebre)

 

   Ciao Brenda … amica nostra,

   ci hai lasciato un po’ di corsa:

   una falce, di certo perversa,

   ti ha rapito con la “forza”.

falce-della-morte

   Di nascosto fra la gente,

   travisata nell’aspetto,

   con malizia ella  s’aggira

   per  non … destar sospetto.

travisata-nellaspetto

E’ la ruota del Destino,

che governa questo Mondo,

che fa danno agli innocenti

 relegandoli allo … sprofondo.

Non può averla sempre vinta

chi persegue solo il ”Male”

contro chi aspira al “Bene”

… dell”Amore Universale”.                                                               

                                                                 La “Vita” in questo Mondo

                                                                 è un passaggio provvisorio

                                                                 l’Alma aspira a ritornare

                                                                 al suo Mondo “Originario”,

                                                                 quello che l’antica Grecia

                                                                 chiamò “Mondo Iperuranio”.

aforisma-nikisa

Però serve un “lasciapassare”…

la “morale” che avemmo dentro,

necessaria per poter tornare

al nostro Mondo “ALTRO.

Tu BRENDA, amica cara,

queste “virtù” le avesti tutte …

e ora noi dobbiamo meritare …

il “passi”per poterci rincontrare.

 in Roma, il 4 di maggio del 2017

 

COMMENTO: dell’Autore:

Nicolò è ancora incredulo che Brenda ci abbia lasciato!

Quando succede, per chi resta, è sempre troppo presto.

Dobbiamo consolarci, però, pensando che il nostro non deve essere un “ADDIO” ma solamente un

“ARRIVEDERCI”

perché, quando verrà il tempo, insieme ad Isabella ci prepareranno la Festa di “BENVENUTO” per celebrare una rinsaldata amicizia che nessuna avversità potrà più interrompere.

IL VINO DI “NIKISA”

a tutti i Visitatori

                    IL VINO DI “NIKISA”

CHARDONNAY: 85% Chardonnay – 15% Altri Vitigni Raccomandati prodotto nella tenuta“CANTALUPI” 

IL VINO DI “NIKISA”

Vino ''LUNA'' bottiglia

 STORIA di FAMIGLIA

dei CONTI ZECCA

UNA STORIA DI GENERAZIONI DAL 1580

 

Da cinque secoli i Conti Zecca abitano le terre di Leverano, nel cuore del Salento.

Da sempre la terra è stata da loro ascoltata, capita e messa a frutto, fino a completare, nei primi del ‘900, il ciclo produttivo dalla coltivazione alla vinificazione delle uve dei propri possedimenti, senza mai alterare i sottili equilibri del luogo.

 

Francesco Antonio Zecca, imprenditore agricolo di origini napoletane, si trasferisce nelle fertili terre di Leverano.

XVII secolo

Intensi scambi commerciali con Francia, Inghilterra, Svezia e Danimarca. In questo periodo, il Salento rappresenta la regione vitivinicola europea per eccellenza e l’esportazione di uva e vino sfuso è fra le principali risorse finanziarie del Regno borbonico.

1884

Per il ruolo propulsivo svolto nello sviluppo del territorio, la famiglia Zecca da notabile diviene nobile nel giugno 1884, quando papa Leone XIII conferisce il titolo comitale a Giuseppe.

1909

I figli di Giuseppe, Alcibiade e Giuseppa, sposano discendenti della casata ducale di Taurisano Lopez y Royo.

Inizi ‘900

Alcibiade sperimenta i primi metodi di imbottigliamento e vengono prodotti i primi fiaschi di vino rosso denominati Saraceno, dall’omonima tenuta.

1927

Il titolo nobiliare della famiglia Zecca viene riconosciuto dal Regno d’Italia.

1935

Alcibiade fonda una moderna ed efficiente cantina a Leverano.

Anni ’40

Giuseppe, figlio di Alcibiade, riforma il sistema di conduzione a colonìa, ammoderna la cantina e si dota di macchinari necessari alla gestione in proprio dell’intero ciclo produttivo. Nasce la prima etichetta di vino Conti Zecca: Donna Marzia.

Anni ’90

Passaggio generazionale della direzione ai fratelli Zecca Alcibiade, Francesco, Luciano e Mario, attuali proprietari.

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LA LEGGENDA

Tra i filari di Negroamaro e Malvasia del Salento (Puglia) aleggia un racconto di passione e rimpianto, sospeso in un tempo indefinito come i destini dei suoi protagonisti.

Concetta, figlia minore di un vignaiolo, con un sorriso fece innamorare Pietro, giovane contadino al servizio del padre, complice l’estate delle calde terre salentine e gli aromi succosi delle sue uve mature.

Gli amanti s’incontravano ogni notte alla luce bianca della Luna e passavano il giorno in attesa dell’astro, custode del loro segreto. L’amore sembrava crescere di notte in notte, come seguendo il lento incedere delle fasi lunari. Sotto il plenilunio le loro anime sembrarono vibrare all’unisono, cullate dal canto dei grilli ma, al primo spicchio mancante, Concetta si mostrò silenziosa. Quando Pietro le sussurrò le consuete parole suadenti, lei volse lo sguardo alla Luna ed un vento freddo serpeggiò tra i filari: gli occhi di Concetta rimasero fissi sul riverbero del cielo.

La notte seguente Pietro l’aspettò invano seduto a terra tra le vigne, contando i fili di erba bagnata, e così la notte successiva.

Nel podere circolò la notizia che Concetta non si era più alzata dal letto, dove giaceva muta con quei nuovi occhi senza luce. Pietro non volle credere alle dicerie e tornò ogni notte ad attendere il suo amore sotto la Luna calante che sembrava non curarsi più di lui: la attese per mesi, senza più cibo e parole.

Quell’ inverno, il più rigido di sempre, nelle notti di Luna piena i contadini sentirono per la prima volta ululare un Lupo che non aveva mai abitato le loro terre;  c’era qualcosa di straziante in quel suono senza pace, che ricordava il lamento di un uomo. Si mormorava che il Lupo si recasse sempre nello stesso luogo, come in attesa di qualcosa che non arrivava mai.

Gli abitanti, commossi dal suo canto struggente, videro il Lupo non più come una minaccia, ma come perenne protettore della vigna.

I prodotti della Tenuta Cantalupi, che da qui trae il suo nome, ancora oggi custodiscono questo segreto.

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LA “VOCAZIONE”

Tenuta Cantalupi: i Vigneti

Tenuta Cantalupi: i Vigneti

Il passaggio dalla vigna alla cantina è stata una naturale conseguenza, seguito nell’azienda agricola ancora oggi con la stessa dedizione.

Nel tempo l’identità di persone e luogo si è sovrapposta fino a sfumare in un intreccio di memoria e natura. Una corrispondenza armoniosa fatta di passione e rispetto, custodita con la pacatezza e la discrezione di chi è impegnato a fare le cose con cura.

Questo spirito permea di sé tutto ciò che a Leverano nasce, come i vini Conti Zecca, che da soli raccontano una storia di qualità fondata sui vitigni autoctoni Negroamaro, Primitivo, Malvasia Nera e Bianca, oltre a varietà alloctone pregiate che ben si adattano al territorio salentino.

Le quattro tenute di famiglia,

“Cantalupi”, “Donna Marzia”, “Saraceno”, “Santo Stefano”,

per un totale di 320 ettari, sono sfaccettature di questo unico sentire e danno vita a vini armoniosi di cui tutti ne possono godere

 

LA NASCITA DI NIKISA

IL LUPO INNAMORATO

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LA LEGGENDA DEL LUPO INNAMORATO DELLA LUNA

Lupo innamorato

C’erano una volta due fratelli: il Sole e la Luna.

Essi facevano parte della schiera di Dei immortali, a cui era stato affidato il compito di guidare il creato nel suo corso, e insieme si contendevano il cielo. Il primo governava il giorno, la seconda la notte. Erano molto uniti e il fratello amava la sorella tanto quanto la sorella amava il fratello.

Ma qualcosa opprimeva il cuore della Luna: per tutta la durata della sua vita aveva guardato il mondo solo dall’alto, senza mai potersi avvicinare al suolo. Gli altri Dei non avrebbero mai permesso che ella lasciasse la notte incustodita. E come ogni cosa proibita, la terra era per lei un richiamo irresistibile, che le straziava il cuore. Tutto ciò rendeva la Luna infelice e nemmeno il fratello riusciva a ridonarle il sorriso.Così, un giorno, il Sole decise di aiutarla a scendere dal cielo, con la promessa che sarebbe tornata prima del calar della notte, così nessuno si sarebbe accorto della sua assenza.

La Luna, felice, poté finalmente toccare quella terra, che per molto tempo aveva bramato e fu proprio qui che ella incontrò il Lupo. Egli era molto bello, col pelo bianco e i muscoli possenti e si guardarono per un attimo. Gli occhi oro del Lupo incontrarono quelli argento della Luna: fu così che il Lupo si innamorò della Luna. Ma egli non sapeva chi lei fosse ed ella dovette tornare nel cielo, come promesso. Così furono costretti a lasciarsi, ma il Lupo aveva piantato nel cuore della Luna il germoglio del primo amore ed ella non poté dimenticarlo.

Il Sole si accorse del cambiamento avvenuto nel cuore della sorella e, quando vide il Lupo sulla terra cercare una bellissima fanciulla con occhi e capelli d’argento, capì cosa era accaduto.

Come si è già detto, il Sole amava molto la sorella e non poteva sopportare la sua infelicità  così  decise che avrebbe aiutato il Lupo e la Luna ad incontrarsi: essi si sarebbero visti di giorno, mentre il Sole distraeva gli Dei e gli uomini con la sua luce abbagliante, così il Lupo e la Luna divennero amanti.

Il Lupo prese sembianze umane per poter amar meglio la Luna, ma così egli incominciò a invecchiare; la Luna però non poteva sopportare di continuare a vivere mentre il Lupo era destinato a morire, così decise di rinunciare alla sua immortalità e di non tornare mai più in cielo.

Gli dèi si adirarono: non potevano sopportare un simile affronto, non potevano sopportare che uno di loro abbandonasse il suo compito per amore di un mortale e decisero di punire i due amanti: la Luna venne imprigionata per sempre nel cielo, con le stelle a sorvegliarla, ed il Lupo fu condannato a chiamarla incessantemente con il suo malinconico ululato, ogni notte per tutta l’eternità.

Ancora una volta il Sole non poté sopportare la sofferenza della Luna e convinse gli Dei a conceder loro la possibilità di incontrarsi ancora.

Per questo una volta al mese non si vede la Luna nel cielo: ella è scesa sulla terra per incontrare il suo amato, che solo in quella notte può riprendere una forma umana.

Ancora oggi, a distanza di secoli, il Lupo ogni notte rincorre la Luna nel cielo, senza mai poterla avvicinare. Ancora oggi la Luna guarda dall’alto, infelice e pallida, il suo Lupo cercarla e aspetta con ansia la notte in cui potrà stringersi di nuovo al suo petto.

Ancora oggi, a distanza di secoli, l’amore della Luna per il Lupo e del Lupo per la Luna arde nei loro cuori.

Il Lupo e la Luna sono innamorati e nulla e nessuno, neanche gli Dei, potranno mai cambiare la realtà.

 

COMMENTO di NIKISA

NIKISA hanno vissuto il loro Amore dapprima nel Mondo reale ed ora continuano a viverlo, con intensità  ancora maggiore, in due dimensioni diverse ma strettamente correlate dalla legge che governa tutto il Creato: l”AMORE UNIVERSALE”.

L”AMORE” è un sentimento immortale che, pur nascendo nel mondo reale, travalica le sue “leggi naturali” perché appartiene al “MONDO IPERURANIO”, dove continuerà per l’Eternità a donare i suo frutti a tutti coloro che lo hanno vissuto generosamente con “sincerità e dedizione”, scevri da qualsiasi pulsione egocentrica.

NIKISA sono convinti che l’Amore, così inteso, è la vera forza motrice dell’Universo e che tutto il “CREATO”, alla fine dei tempi, ricostituirà un “UNICUM” con il suo “CREATORE”

ZAPTIE’

Zaptié

CARABINIERI INDIGENI NELLE COLONIE ITALIANE:

ZAPTIE’

Con questo termine, derivato dal turco “zaptiye” (polizia), venne chiamato il militare indigeno arruolato nelle file dell’Arma dei Carabinieri in terra d’Africa. Lo zaptié apparve infatti per la prima volta nel 1888 allorché venne considerato necessario aumentare l’efficienza organica della “Compagnia Carabinieri d’Africa” costituita da militari nazionali, che era stata preceduta dalla “Sezione Carabinieri d’Africa” originata dal nucleo dei 10 militari dell’Arma sbarcato il 5 febbraio 1885 in Eritrea (Massaua) al comando dei tenente Antonio Amari di S. Adriano.
Prima di allora si era verificato il caso di elementi indigeni non chiamati però zaptié – assoldati per cooperare al servizio dei Carabinieri, e fu nel 1882, quando alle dipendenze del maresciallo dell’Arma Cavedagni, comandante la stazione di Assab (v.), venne posto un nucleo di guardie indigene (i “basci bazuk”) che fino allora aveva coadiuvato il delegato di P.S., sostituito appunto dal maresciallo Cavedagni.

Gli zaptiè venivano rigorosamente selezionati dall’ambiente civile (in Eritrea, in Somalia, in Libia e in Etiopia) e tra i dubat e gli ascari (truppe indigeno inquadrate nell’Esercito) più meritevoli. Inizialmente avevano come loro graduato solamente il buluc-basci (dove buluc indicava un gruppo di militari tra la squadra e il plotone) che, con l’aumentare dell’organico, divenne graduato intermedio tra il muntaz (capo squadra) e lo scium-basci, che era l’unico grado di ufficiale previsto per i reparti indigeni. La forte ed esemplare individualità militare degli zaptiè derivò dalla rigorosa formazione alla quale furono sottoposti dagli ufficiali e sottufficiali dell’Arma nazionale nonché ai quadri zaptiè (scium-basci, buluc-basci e mundaz).

Gli zaptié diedero sin dall’inizio costante prova di fedeltà e disciplina nell’impiego del servizio d’istituto, integrando tali doti con quelle dello slancio e del valore in ogni partecipazione ad azioni di guerra.

Dopo che in data 1° gennaio 1890 i nostri possedimenti dei Mar Rosso presero il nome di Colonia Eritrea, e la già costituita Compagnia Carabinieri assunse il servizio sino allora affidato ad una delegazione di P.S., che lo disimpegnava con un corpo di guardie indigene, e si trasferì da Massaua all’Asmara, sede dei Governo e del Comando Truppe. Nel febbraio 1900 raggiunse il seguente ordinamento: 1 capitano, 3 tenenti, 3 marescialli d’alloggio, 8 brigadieri, 9 vice brigadieri e 45 carabinieri; per gli indigeni: 1 scium-basci, 6 buluc-basci, 18 muntaz e 133 zaptié.

Successivamente, con l’estendersi delle Colonie italiane, gli Zaptié furono arruolati, sempre con le medesime modalità, anche in Libia, Somalia, ed Etiopia.

 Allo scoppio del 2° conflitto mondiale, gli zaptié dell’Africa Settentrionale entrarono a far parte dell’ingente dispositivo apprestato dall’Arma per le operazioni su quel fronte.

Nell’Africa Orientale, all’inizio delle operazioni, l’organico dei militari indigeni dell’Arma consisteva nel suo complesso in 140 scium-basci, 224 buluc-basci, 450 muntaz, 2.186 zaptìé e 500 allievi zaptié, che affiancarono ovunque valorosamente i reparti nazionali dell’Arma. Una compagnia zaptié, componeva con due Compagnie di Carabinieri, il Battaglione comandato dal maggiore Alfredo Serranti che si sacrificò eroicamente a Culqualber, dopo tre mesi di resistenza.

 

L’Artista ha ritratto lo Zaptié nel suo costume tradizionale, ispirandosi ad un dipinto conservato presso il Comando Generale dell’arma dei Carabinieri in Roma.L’opera della Benadduci è apparsa : sull’Annuario “Avanguardie Artistiche 2007” ed è stato esposto:
  • Giugno 2007: Mostra “La vita di Maometto” nella Villa Cambiaso di Savona;
  • Aprile 2009: Mostra  “La città e l’Arma dei Carabinieri”     presso il Circolo Ufficiali dell’11 Btg  CC di Bari;
  • Settembre 2009:  Mostra presso la “Fiera del levante” in Bari .

IL MORO

da Nicolò in Roma il 26 giugno del 2010 – h. 13,15

Il personaggio rappresentato è un afro-americano ritratto in una fotografia in  bianco e nero, apparsa su un quotidiano americano nel 1862, all’indomani del “Proclama di emancipazione”, emanato da Abrahm Lincoln,  che riportava la seguente frase: “tutti gli schiavi confinati nelle zone in ribellione, devono essere liberati”.

Solamente il 1° gennaio del 1863 il presidente Abraham Lincoln formalizzò la “Dichiarazione di emancipazione”: essa dichiarava liberi gli schiavi presenti in tutti i territori ribelli della Confederazione sudista.

Il provvedimento diede il colpo di grazia al Sud, già danneggiato dalle fughe degli schiavi negli stati unionisti; la situazione era paradossale in quanto dal primo gennaio 1863 alla fine del 1865 la schiavitù era abolita dal primo gennaio 1863 solamente negli stati della Confederazione del Sud. Era infatti legale possedere schiavi nel Kansas, nel Missouri, nel Kentucky e nella Virginia Occidentale, che facevano parte dell’Unione, ma era illegale possedere schiavi negli Stati secessionisti.

Dopo il proclama di Lincoln sull’emancipazione degli schiavi, molti negri fuggiti dalle piantagioni si arruolarono nell’esercito unionista

Il negro ritratto è verosimilmente uno schiavo liberato e vestito per l’occasione: si noti lo sguardo fra il timoroso ed il confuso, in quanto questi ancora non si rendeva conto di essere il protagonista di una vicenda più grande di lui.

In realtà la “Dichiarazione di emancipazione” fu preparata dall’azione politica dell’abolizionismo e da una strategia politica finalizzata a ridurre il potere dell’economia sudista, basata sul latifondo e sulla manodopera schiava a bassissimo costo e ad espandere quello politico ed economico degli stati del nord in via di industrializzazione e bisognosi di forza lavoro libera da sottoporre a salario.

Già allora, da ambo le parti, molti intellettuali ventilarono l’ipotesi che fine ultimo dello scontro fra il Sud ed il Nord fu quello di spostare un’ingente massa di forza lavoro a basso costo dall’economia agricola a quella industriale, senza benefici concreti per i lavoratori, al di fuori di una illusoria forma di libertà .

In realtà i negri hanno sempre cercato di integrarsi negli Stati Uniti, riuscendo a scalare gradualmente le più alte cariche dello Stato, fino a raggiungere con OBAMA la Presidenza della Repubblica.

moro 25x30EL MORO

El personaje representado es un retrato de un afro-americano en una fotografía en blanco y negro, que apareció en un periódico de América del Norte en 1862, el día después de la “Proclamación de la Emancipación” emitido por Abrahm Lincoln, con la siguiente leyenda: “todos los esclavos encerrados en las zonas en rebelión, deberían ser liberados “.

Sólo el 1° de enero de 1863, el presidente Abraham Lincoln, formalizó la “Declaración de emancipación” que declaró “libres” todos los esclavos residentes en todos los territorios de los rebeldes de la Confederación del Sur.

La medida dio el golpe de gracia al Sur, ya dañados por la fuga de los esclavos a los Estados de la Unión; la situación era paradójica porque de 1° de enero 1863 hasta el final de 1865, la Esclavitud  fue abolida sólo en los estados de la Confederación del Sur. De hecho era legal poseer esclavos en Kansas, Missouri, Kentucky y Virginia Occidental, que formaban parte de la Unión, mientras que era ilegal tener esclavos en los estados secesionistas.

Después de la “Declaración de emancipación” de Lincoln, muchos de esclavos negros que huyeron de las plantaciones se unieron al ejército unionista.

El negro representado es, probablemente, un esclavo liberado, que se vistió para la ocasión: se observe la mirada entre el miedo y confundido, ya que todavía no se dio cuenta de ser el protagonista de una historia más grande que él.

En realidad, la “Declaración de emancipación” ha sido elaborada por la acción política del Abolicionismo y una estrategia política dirigida a reducir el poder de la economía del Sur, basada en grandes haciendas y mano de obra esclava de muy bajos costos, para ampliar el poder político y económico de los estados del norte en el proceso de industrialización y en la necesidad de mano de obra libre sujeda a sueldo.

Aun así, muchos intelectuales de ambas partes ventilaron la hipótesis de que el objetivo final del choque entre el Sur y el Norte era el de mover una enorme masa de mano de obra barata de la economía agrícola a la industriale, sin beneficios tangibles para los trabajadores, fuera de una forma ilusoria de libertad.

En realidad, los negros siempre han tratado de integrar a los Estados Unidos, con la intención de subir gradualmente a los más altos cargos del Estado, alcanzando por último con Obama la Presidencia de la República.

LETTERA AI VISITATORI

da Nicolò in Roma, 26 giugno del 2010 – h. 10,00

Cari Amici,

voglio dedicare lo spazio “ISABELARTE” alla presentazione analitica di alcune opere della cara Isabella, corredate (con un pizzico di presunzione) da un mio commento; la prima che offro alle vostre considerazioni é l’ultima da lei dipinta, “INNO ALLA VITA” , forse quella più densa di significati.

Alcuni amici, a cui l’ho anticipata, hanno ritenuto opportuno esprimere le loro impressioni, sicché queste prime manifestazioni spontanee mi hanno suggerito l’idea di offrire questo spazio a tutti i visitatori del sito, affinché la forza allegorica che l’arte è capace di sprigionare possa generare uno scambio di idee sulle problematiche che una singola opera vuol mettere in luce, evidenziando quindi quei significati e simbolismi diversi che ciascuno, in base alle proprie esperienze ed alla personale sensibilità, vorrà intravedere.

Questa ritengo sia sempre stata la principale missione dell’Arte in tutte le sue espressioni, in quanto capace di anticipare, tramite le ispirazioni e le intuizioni degli artisti, i problemi, i malesseri e gli entusiasmi di cui l’umanità si renderà cosciente solo in tempi successivi.

Chissà se questo scambio di idee non possa far maturare iniziative più concrete, tese a costruire una società dal volto più umano, dove bambini, donne e uomini, con la forza della buona volontà, possano finalmente portare il loro piccolo mattone per costruire una casa comune, dove tutti i popoli, con onestà e purezza d’intenti, possano convivere in pace con sé stessi e conseguentemente col il loro prossimo.

E’ come gettare un sasso in uno stagno immobile, ed attendere che si formino delle increspature che, propagandosi con forza concentrica, possano coinvolgere tutto lo specchio d’acqua, ridandogli vita e movimento. Possa questa similitudine destare sopiti sentimenti di solidarietà umana che, sono convinto, albergano ancora nella maggior parte di noi e che, quale diapason, hanno bisogno solamente della giusta nota musicale che lo attivi.

Se questa iniziativa avrà un futuro, sarà un meritato omaggio alla sensibilità di Isabella che con la sua umanità, rinvigorita da una pregevole intuizione artistica, ha saputo creare quelle opere che hanno risvegliato in me antichi entusiasmi giovanili, propri delle anime ancora candide ed innocenti.

Questo, tuttavia, non significa che non si possa tornare ad inseguire quegli antichi ideali, fortificati però dall’esperienza della vita che, con la sua alternanza di gioie e dolori, ci ha sicuramente reso più determinati ed idonei ad affrontare le avversità che il futuro sempre ci propone.

A seguire presento un’altra opera, “IL MORO”: quest’immagine ha ravvivato in me l’antica curiosità che, in età giovanile, mi spinse ad approfondire il momento storico e le vicende socio-politiche del periodo in cui visse il personaggio rappresentato. Seguiranno altre presentazioni  man mano che, tornando a scorrere la Galleria di Isabella, le sue opere desteranno in me ricordi e riflessioni.

Rammento, per i meno pratici del mezzo informatico, che è possibile inserire direttamente sul sito il proprio commento, che apparirà al pubblico solamente dopo la convalida dell’amministratore (cioè io): questo al fine di evitare interventi impropri.

È comunque possibile inviare i propri commenti all’indirizzo E-mail: isabelarte@alice.it , autorizzando l’eventuale pubblicazione a cui provvederei io stesso.

Un saluto affettuoso a tutti, anche da parte di Isabella.

Nicolò

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