ANCORA UN COMPLEANNO (Nicolò)

a Isabella da Nicolò

ANCORA UN COMPLEANNO

ANCORA UN COMPLEANNO

ANCORA UN COMPLEANNO

Quanto è lunga questa attesa

per poter tornare insieme,

ogni giorno sempre più pesa,

più non basta la mia speme.

 Avrà fine questo tempo?

Solo questo sto aspettando!

Spero che passi in un lampo,

avrò pazienza … fino a quando?

Dovrò vivere ancor lontano,

pur con le anime congiunte;

la mia Luna è ciò che bramo …

la notte la prego a mani giunte!

So che debbo ancora pazientare,

che tu mi accompagni notte e giorno,

ma io non riesco più ad aspettare,

son disperato  e mi guardo attorno.

Perdona lo sfogo … ho natura umana,

ti raggiungerò e torneremo insieme.

Tornerà a suonare la nostra campana

a segnalare il trionfo della nostra Speme. (*)

in Roma. Il 10 di giugno alle ore 05,00

(*)  la mia speme:

LA SPERANZA (“A Silvia” di G. Leopardi)

 Ahi come, come passata sei,

cara compagna dell’età mia nova,

mia lacrimata speme.           

COMMENTO: Nicolò, nel giorno del suo 78° Compleanno, ancora non si dà pace per la perdita della sua amata Sposa ed invoca la “Speranza” di un futuro ricongiungimento  nel “Mondo Ultraterreno” che lui chiana “Iperuranio”.

A SILVIA

(di G. Leopardi)

.

Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
stanze, e le vie d’intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all’opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.
Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.
Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?
Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore.
Anche perìa fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati  la giovinezza.

Ahi come, come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è il mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.

.

Analisi della poesia A Silvia di G. Leopardi, a cura di Andrea Cortellessa (stralcio).

Questi versi celeberrimi con i quali Leopardi torna alla poesia nel 1828 a Pisa, inaugurano una nuova stagione lirica di Leopardi. L’episodio che generalmente si associa a questo personaggio (Silvia, dal nome tassiano, preso dall’ecloga tassiana “Aminta”, molto amata da Leopardi), è un episodio di quasi dieci anni prima. Teresa Fattorini era la figlia del cocchiere di casa Leopardi, era morta di tisi a ventun anni (nel 1818): una coetanea di Leopardi, una ragazza che sicuramente avrà conosciuto, avrà ascoltato cantare, come ci dice in questi versi, ma che diventa improvvisamente un emblema, forse il primo personaggio della poesia italiana che si trasforma in un emblema, un’immagine quasi scultorea come quella degli ultimi versi, che sembrano evocare i grandi monumenti funebri di Antonio Canova, come già le poesie sepolcrali che Leopardi aveva inserito nei Canti. Un destino di morte, un destino di dissoluzione e soprattutto un’interrogazione sul senso della speranza: senso della speranza che Leopardi indica essere concluso all’altezza di questa nuova stagione poetica. La speranza di una felicità terrena che è tanto più ingannevole, illusoria, quanto più contemplata in un periodo successivo, quando quelle speranze rivelano la loro vacuità, la loro impossibilità, quanto erano solo parole, solo canti, solo sensazioni e sguardi, ma non componevano una vita, non componevano un’esperienza di vita condivisa, di vita proseguita, di vita continua.

 

Considerazioni di Nicolò

Nicolò, nel comporre la lirica “ANCORA UN COMPLEANNO” ha ricordato quella del leopardi “A SILVIA”, ravvisando fra le due “analogie” e “differenze”.

In entrambe domina la “sofferenza” per una figura cara prematuramente scomparsa ma, mentre il Leopardi piange ciò che “poteva essere” e non è stato, Nicolò soffre per la felicità goduta e che il destino  crudele gli ha sottratto. Ambedue le composizioni rappresentano un “canto funebre”: per il Leopardi “la fine di un modo poetico” perché ”A Silvia” rappresenta il passaggio del poeta alla cosiddetta “canzone libera” (Cortellessa), mentre per Nicolò solo il “rimpianto” della perdita della donna amata e la “speranza”del loro ricongiungimento in una “vita futura”.

 

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