DUE SERATE SPECIALI

lettera aperta agli Amici

DUE SERATE SPECIALI

Carissimi Amici,

tempo fa un’amica mi ha segnalato il “RISTOTRAM” di Roma: è un servizio organizzato dal Comune che, su vecchie vetture tranviarie restaurate, accompagna i visitatori a conoscere la città, offrendo loro la cena e l’intrattenimento musicale durante il tragitto; me lo avete proposto per venerdì 29/05 u.s., e così approfittando della visita di una  amica di Firenze, l’ho invitata.

Rientrato a casa, ho raccontato alla mia Luna la serata, commentandola su questo sito nella mia lirica:

“C’È UN CUORE CHE BATTE”

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NIKISA ha detto: 03 giugno , 2015 at 16:28   edit

il 30 maggio – h.00,30 Nicolò ha scritto:

Ciao mia Luna,

questa sera ho accompagnato Elsa, un’amica di Firenze, a fare il giro di Roma sul “RISTOTRAM”; è un servizio organizzato dal Comune di Roma che, su vecchie vetture tranviarie restaurate, accompagna i visitatori a visitare la città, offrendo la cena e l’intrattenimento musicale durante il tragitto.
Per me è stato un tuffo nel passato e, guardando fuori del finestrino, rivedevo noi due a passeggio, mano nella mano, alla scoperta della nostra città.

Nel rientrare a casa l’autoradio ha improvvisamente trasmesso una canzone (poco nota) di Antonello Venditti, canzone che ti avevo dedicato in occasione dello scorso Natale nella presente lirica “C’È IN CUORE CHE BATTE”: Venditti canta la sua Roma, identificandola (inconsciamente ?) con la donna amata.
Sono stato assalito da un senso di triste “melanconia”.

Il sempre tuo Lupo Solitario.

 

Ciò ha generato una serie di altri “COMMENTI” che, a seguire, inserisco.

Nel corso della serata abbiamo analizzato il concetto di “IGNAVIA“: inserisco anche le conclusioni a cui sono arrivato.

COMMENTI alla lirica “C’È UN CUORE CHE BATTE”, (a seguire);

        (sono anche pubblicati su questo Sito nella stessa lirica,

         archivio ‘Poesie’ dicembre 2014),

IGNAVIA – Conclusioni (a seguire).

       Successivamente, sabato 09/06/ u.s, altri amici mi hanno invitato cena al

       ristorante la “MAIELLETTA” di Roma.

 

Vi allego il resoconto della “serata”

“LETTERA APERTA A LUCA”  (a seguire),

“UN AMORE GRANDE”  (lirica visibile su questo Sito, archivio Ottobre 2012)

“IL NOSTRO GRANDE AMORE”  (lirica visibile su questo Sito, archivio dicembre 2014).

 

A tutti un abbraccio, Nicolò.

Roma lì, 10 giugno 2015

Firma NIKISA

COMMENTI

alla lirica sul Sito

Responses to “C’È UN CUORE CHE BATTE …… (Natale 2014)”

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francesco italo maria claves ha detto:

01 gennaio , 2015 at 04:57   edit

Carissima Isabella,

in Italia la mezzanotte e’ gia’ passata ed io non sono mancato al fianco di mio fratello Nicolo’ con una fortunata telefonata alle 00.07 !!!

In questo momento la tua anima alata si starà aggirando per le stanze della casa romana al Villaggio Azzurro mentre Nichi sara’ indaffarato a “produrre” di tutto e di piu’ fino a quando domattina all’alba il sonno lo assalirà alle spalle e lui si arrenderà e chiuderà gli occhi, per poche ore , sognandoti. continua cosi’ a stargli vicino , lui ha capito e si e’ rassegnato a vivere questa fase del vostro amore eterno .

ci è voluta la tua pazienza perché Nichi capisse …

Come stai cugina?  il tuo strarompi ce la sta facendo alla grande qui in America dove tu, nel lontano 2001, avevi predetto che sarei finito.

D’altra parte io venivo da qui: mia nonna di Philadelphia, il mio padrino di Maracaibo, la mia madrina colombiana di sangue e nata a Caracas …

Era destino! era segnato … ed io ho facilitato il tutto procreando Alessandra Benedicta … l’ultima !!!  “bedda picciotta” come la chiama zio Nichi.

Ha vinto la “medalia de exelençia”,  la “medalla de oro” e “7 encomios al grado de quinta (4.87)”; un “treno” come papa’ Fran e “barricadera” como mamà Aliçia!

Tra Nichi e Dora da 7 anni tutto bene:  hanno imparato a conoscersi con tempo e saggezza , io ne sono felice.

Mancano due ore circa al Capodanno americano ed essendo l’ultimo e’ ovviamente il migliore …

ore 00.00 … benedizione di Dora Aliçia alle ragazze (tre figlie e nuora): io benediro’ solo mio genero perche’ Vanni e’ lontano e l’antenato non merita benedizioni ma solo un “paliatone” che i miei gli faranno dopo le “feste” a mo’ di “memento mori” !!! poi con Dora benediremo insieme i 4 nipotini.

Il mio progetto della “missione Evelina” va avanti:  ho trovato il “lote (terreno) y lo comprè por pocos pesos” !!!

!!! Isa !!! ……… mi mancano tanto la tua sagacia e le tue barzellette … ma soprattutto il tuo sorriso sornione , i tuoi cazziatoni …

Poi … non ti dico ……… “te quiero mucho” cugina.

Buon Anno e … continua a volare leggera sul tuo curiosone lupo solitario, mio amico fraterno (… ancora militare), mai domo e giammai arrendevole alle due “famiglie” nemiche che stanno affamando molti popoli tra cui quello italiano !!!

Non ricordo chi lo disse ma ti assicuro che continuo ad urlare “vincere … e vinceremo”,  per ogni alba che dio mi regala o vorrà regalarmi .

FELIZ AÑO NUEVO ANGEL…ISA !!!

TUO FRANCISCO MARIA DE HORN.

21.57 del 31 de diçiemre de 2014

EN CALI, VALLE DEL CAUCA (COLOMBIA), SUR-AMERICA.

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francesco italo maria claves ha detto:
01 gennaio , 2015 at 05:04   edit

P.S. ciao Nicolò ennesima emozione ci hai regalato con le tue rime e quindi ancora una volta grazie. Fran

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il 30/05/2015 – h. 03,51 Nicolò ha scritto al Elsa:

Ciao Elsa, sono rientrato a casa e voglio raccontarti come si è conclusa la giornata.

Nel tragitto di ritorno avevo la radio accesa quando, all’improvviso, è andata in onda una canzone (poco nota) di Antonello Venditti, “C’è un cuore che batte”; io l’avevo scoperta poco prima dello scorso Natale e l’avevo dedicata ad Isabella in una mia lirica con lo stesso titolo.

Voglio credere che Isa abbia voluto darmi la buona notte, contenta della giornata che avevo trascorso in una serena “melanconia”.

Forse questa è solo una bella “favola” che mi voglio raccontare, ma sono certo che mi donerà un sereno riposo.
Te la invio perché anche tu hai fatto parte di questa “favola”.

Penso  che leggerai questa mia a giorno fatto!

Buona giornata, Nicolò.

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02/06/2015 – h. 12,20 Elsa ha risposto a Nicolò:

…………….. Ti ringrazio ancora delle belle ore che mi hai concesso e sono contenta di aver fatto parte, anche se per poco, della tua “malinconica giornata”, ma mi rendo conto che nei tuoi pensieri/ricordi vissuti c’è la tutta la pienezza della tua vita.

Buona giornata, Elsa.

 .

il 04/06/2015 – h. 01,42 Nicolò ha scritto a Rosalba:

Cara Rosalba,

non so come ringraziarti per la “dritta”  che mi hai dato circa il “RISTOTRAM”; me ne sono avvalso subito  e così venerdì 29 u.s. , approfittando della visita di una  amica di Firenze, mi sono fatto accompagnare nell’escursione notturna.

Per me è stata una serata indimenticabile (forse un po’ meno per la mia amica), perché visitando la mia Roma, a bordo di una vettura tranviaria d’epoca, ho ripercorso la mia fanciullezza, la mia gioventù … in poche parole tutto il mio vissuto.

In particolare la mia memoria ha proiettato il “film” della mia vita con Isabella, ricordandomi tutte le emozioni che abbiamo provato assieme …… sono state ore di triste ed insieme dolce  “MELANCONIA” !!!

Al mio rientro a casa, ho commentato sul Sito la vicenda (prima ad Isabella e poi alla mia amica Elsa), per illustrare ciò che avevo provato ed anche per raccontare quello che era successo dopo; a chiarimento, trascrivo un “passo” del mio Commento:

“Nel tragitto di ritorno avevo la radio accesa quando, all’improvviso, è andata in onda una canzone (poco nota) di Antonello Venditti, “C’è un cuore che batte”; io l’avevo scoperta poco prima dello scorso Natale e l’avevo dedicata ad Isabella in una mia lirica con lo stesso titolo.

Voglio credere che Isa abbia voluto darmi la buona notte, contenta della giornata che avevo trascorso in serena “melanconia”.

Forse questa è solo una bella “favola” che mi voglio raccontare, ma sono certo che mi donerà un sereno riposo. “.

Ancora “GRAZIE” e … Buona giornata Rosalba.

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IGNAVIA

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L’Ignavia è la mancanza di volontà che paralizza in una posizione confortevole, la neutralità che affonda nella pigrizia comoda e momentaneamente vantaggiosa, illusa inerzia convinta che una inazione, seppur colpevole, possa essere saggia e conveniente.

Ignavo (colui che pratica l’Ignavia): pigro, privo di volontà e forza morale.

dal latino “ignavus”, pigro, ignorante; composto da “in” non e “gnavus” (forma arcaica per “navus”), attivo, diligente.

Rispetto al pigro, l’ignavo subisce un più duro giudizio morale: l’ignavia è la mancanza di volontà che paralizza in una posizione confortevole, la neutralità mineralizzata nella pigrizia comoda e (al momento) vantaggiosa, illusa inerzia convinta che un’inazione, seppur colpevole, possa essere saggia e conveniente.

È ignavo lo studente che, studiando svogliatamente, non ha obiettivi se non prendere (perdere) tempo.

È ignavo chi non prende posizione per avere tutti dalla propria parte senza esporsi e decidere, tenendo un piede in due staffe.

È ignavo chi, pur conoscendo l’azione migliore da fare, la rimanda o non la compie.

È un attributo tanto spregevole che Dante pone gli ignavi nell’ANTINFERNO (canto III), rifiutati anche da Lucifero, che con sprezzo rifiuta loro le stanze dell’Inferno stesso, ritenendoli non meritevoli di dividerlo con i “dannati” che, comunque anche se errata, una scelta la fecero.

Gli Ignavi nella Divina Commedia

Ignavi è il termine solitamente attribuito alla categoria dei peccatori incontrati da Dante Alighieri nell’Antinferno, durante la narrazione fantastica del suo viaggio nel regno dell’oltretomba all’interno della Divina Commedia. Essi sono aspramente descritti nel Canto III dell’Inferno.

Questi dannati sono coloro che durante la loro vita non hanno mai agito né nel bene né nel male, senza mai osare avere una idea propria, ma limitandosi ad adeguarsi sempre a quella del più forte; tra essi sono inseriti anche gli Angeli che non si schierarono nella battaglia che Lucifero perse contro Dio.

Dante li inserisce qui perché li giudica indegni di meritare sia le gioie del Paradiso, sia le pene dell’Inferno, a causa proprio del loro non essersi schierati né a favore del bene, né a favore del male. Sono costretti a girare nudi per l’eternità inseguendo una insegna – che corre velocissima e gira su se stessa – punti e feriti da vespe e mosconi. Il loro sangue, mescolato alle loro lacrime, viene succhiato da fastidiosi vermi.

Dante definisce queste anime come quelle di peccatori “che mai non fur vivi”. Il disprezzo del poeta verso questa categoria di peccatori è massimo e completo. Tanto accanimento si spiega, dal punto di vista teologico, perché la scelta fra Bene e Male, deve obbligatoriamente essere fatta. Dal punto di vista sociale, inoltre, nel Medioevo lo schieramento politico e la vita attiva all’interno del Comune erano quasi sempre considerate tappe fondamentali ed inevitabili nella vita di un cittadino. Se l’uomo è un essere sociale, chi si sottrae ai suoi doveri verso la società non è degno, secondo la riflessione dantesca, di alcuna considerazione.

Dante cita anche misteriosamente, fra le schiere degli ignavi, l’anima di un personaggio che, in vita, “fece per viltade il gran rifiuto”. Gran parte degli studiosi suoi contemporanei identifica questo personaggio con Papa Celestino V (Pietro da Morrone), un eremita che ha raggiunto il Soglio Pontificio nel 1294, ma ritenendosi incapace di sostenere la carica di papa, fece una cosa che nessun papa aveva mai fatto prima, abdicò, consentendo quindi l’ascesa al potere di Bonifacio VIII, pontefice che Dante fermamente disprezzava. Già dal secolo successivo questa interpretazione ebbe minor considerazione presso i critici, e da allora l’identità dell’anima di colui che fece “il gran rifiuto” ha generato un non indifferente problema interpretativo. Sono molte le altre interpretazioni possibili, infatti, circa l’identità di questa anima: ivi compresa la possibilità di identificarla con l’anima di Ponzio Pilato, il prefetto romano che secondo i Vangeli rifiutò di giudicare Cristo nei momenti successivi la sua cattura, o con Esaù, che rifiutò la sua primogenitura barattandola con un piatto di lenticchie.

(da Wikipedia, l’Enciclopedia libera)

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“GLI IGNAVI”

(Dante Alighieri, Inferno III, 31-51)

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« E io ch’avea d’error la testa cinta,

dissi: “Maestro, che è quel ch’i’ odo?

e che gent’è che par nel duol sì vinta?”.

Ed elli a me: “Questo misero modo

tengon l’anime triste di coloro

che visser sanza infamia e sanza lodo.

Mischiate sono a quel cattivo coro

delli angeli che non furon ribelli

né fur fedeli a Dio, ma per sé foro.

Caccianli i ciel per non esser men belli,

né lo profondo inferno li riceve,

ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”.

E io: “Maestro, che è tanto greve

a lor che lamentar li fa sì forte?”.

Rispuose: “Dicerolti molto breve.

Questi non hanno speranza di morte,

e la lor cieca vita è tanto bassa,

che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;

misericordia e giustizia li sdegna:

non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. »

La “RINUNCIA” (secondo il “Diritto Canonico)

La rinuncia all’ufficio di romano pontefice o rinuncia al ministero “petrino” o rinuncia papale (in latino renuntiatio pontificalis) è un istituto giuridico previsto dal codice di diritto canonico che regola le modalità di cessazione di un papa dal proprio ufficio per dimissioni volontarie; essa costituisce l’unica altra causa di cessazione oltre alla morte del pontefice. Per questo evento, il codice di diritto canonico evita di utilizzare l’espressione “abdicazione” o “dimissione”, e utilizza il verbo “rinunciare”.

Si tratta di un evento molto raro: oltre a quella di Benedetto XVI (28 febbraio 2013), nella storia della Chiesa vi sono stati pochi altri casi di cessazione per rinuncia; di quelle dei papi Ponziano (28 settembre 235), Silverio (11 marzo 537), Benedetto IX (1º maggio 1045), Gregorio VI (20 dicembre 1046), Celestino V (13 dicembre 1294) e Gregorio XII (4 luglio 1415 esistono fonti certe, mentre per quanto riguarda le rinunce di Clemente I (97) e Giovanni XVIII (giugno 1009) la cronologia cattolica si affida alla tradizione.

 

CELESTINO V

……… il cardinale Benedetto Caetani (suo successore al soglio pontificio con il nome di Bonifacio VIII), che aveva aiutato Celestino V nel suo intento di dimettersi, temendo uno scisma da parte dei cardinali filo-francesi a lui contrari mediante la rimessa in trono di Celestino, diede disposizioni affinché l’anziano monaco fosse messo sotto controllo, per evitare un rapimento da parte dei suoi nemici. Celestino, venuto a conoscenza della decisione del nuovo papa grazie ad alcuni tra i suoi fedeli cardinali da lui precedentemente nominati, tentò una fuga verso oriente fuggendo da San Germano per raggiungere la sua cella sul Morrone e poi Vieste sul Gargano, per tentare l’imbarco per la Grecia, ma il 16 maggio 1295 fu catturato presso Santa Maria di Merino da Guglielmo Stendardo II, connestabile del regno di Napoli, figlio del celebre Guglielmo Stendardo, detto “Uomo di Sangue”. Celestino tentò invano ancora una volta di farsi ascoltare dal Caetani chiedendo di lasciarlo partire, ma il Caetani restò fermo sulle sue decisioni al riguardo. Alcuni storici narrano che Celestino si sia reso conto dell’inutilità delle sue richieste e, mentre veniva portato via, abbia sussurrato una frase, presumibilmente rivolta al Caetani, che poteva quasi essere un presagio:

(latino)

« Intrabis ut vulpes, regnabis ut leo, morieris ut canis »

(italiano)

« Hai ottenuto il Papato come una volpe, regnerai come un leone, morirai come un cane »

Peraltro la mitezza d’animo e la innata bontà di Celestino non sembrano in linea con queste espressioni.

La morte

La tomba di Celestino V nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio prima del terremoto del 2009

Raggiunto dai soldati, questi lo rinchiusero nella rocca di Fumone, in Ciociaria, castello nei territori dei Caetani e di diretta proprietà del nuovo Papa; qui il vecchio Pietro morì il 19 maggio 1296, fortemente debilitato dalla deportazione e dalla successiva prigionia: la versione ufficiale sostiene che l’anziano uomo sia morto dopo aver celebrato, stanchissimo, l’ultima messa. Fu inizialmente sepolto nei pressi di Ferentino, nella chiesa di Sant’Antonio sita nell’abbazia celestina che dipendeva dalla casa madre di Santo Spirito del Morrone.

A proposito della morte si sparsero subito voci e accuse. Anche se la teoria secondo la quale Bonifacio VIII  ne avrebbe ordinato l’assassinio fosse priva di fondamento, di fatto il papa ne ordinò la segregazione che, in qualche modo, lo portò a morte. Il cranio di Celestino presenta un “foro” che, secondo alcuni, potrebbe essere la conseguenza di un ascesso di sangue. Due perizie sulla salma datate 1313 e 1888 rilevarono la presenza di un foro corrispondente a quello producibile da un chiodo di dieci centimetri, ma l’ultima perizia del 2013 ha dimostrato che il foro fu inferto al cranio molti anni dopo la sua morte.

Bonifacio portò il lutto per la morte del predecessore, caso unico tra i papi, celebrò una messa pubblica in suffragio per la sua anima e diede inizio, poco dopo, al processo di canonizzazione.

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CONSIDERAZIONE FINALE

Nel V secolo san Vincenzo di Lérins(*) diceva a proposito delle elezioni dei Papi:

“Dio alcuni Papi li dona, altri li tollera, altri ancora li infligge”

Questa frase, detta da un santo, dovrebbe farci riflettere molto attentamente …

Ci meritiamo “un dono, una tolleranza oppure una punizione”?

Come si presenta la Chiesa in questo inizio di terzo millennio?

 

(*) San Vincenzo di Lerino (Francia settentrionale o Belgio, V secolo – Isole di Lerino)

Fu uno scrittore ecclesiastico della Gallia meridionale nel V secolo, fratello di San Lupo di Troyes, figlio di un nobile della città di Toul, (Epirochio Franconio), esponente dell’alta nobiltà franca di origine senatoriale. È venerato come Santo dalla Chiesa cattolica e le sue opere sono molto più conosciute della sua vita.

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“LETTERA APERTA”

                                                                                                       a Luca Casciani

Caro Luca,

ho cenato alla “MAIELLETTA”  ………  sono appena rientrato a casa e voglio raccontarti quello che mi è successo.

Come sai, negli anni ’60/’70, quando in Trastevere comandavo il “Reparto CC Servizi Sicurezza” ed (a più riprese) anche la “Compagnia CC Trastevere”, spesso, tornando a casa  con Isabella (abitavamo a Largo Boccea), ci fermavamo a pranzo o a cena alla Maielletta.

Successivamente, a causa dei miei trasferimenti e del cambio di casa, non abbiamo più avuto occasione di frequentarla fino a quando (dopo la “dipartita” della mia amata Isabella), l’anno scorso mi sono incontrato con te, lì a pranzo.

Dopo non ci sono più tornato ……… troppi ricordi …… tristi e nostalgici !

Venerdì scorso 05/06 un mio caro amico mi ha invitato alla Maielletta per una cena di Circolo, ma io, per i motivi succitati, avevo declinato l’invito. Sennonché, nella mattinata di ieri 6 giugno, mentre ero sintonizzato su “RTR 99″ è passata la tua pubblicità per la “MAIELLETTA”: mi è sembrato un messaggio “subliminale” della mia Isabella e così ho telefonato al mio amico per accettare l’invito.     Verso le 20,00 della stessa sera siamo arrivati al locale ed è cominciata la cena, allietata dal cantante VALENTINO (molto bravo).

         EBBENE ………

nel suo repertorio c’erano questi brani:

  • “GRANDE AMORE” dei “VOLO”, canzone che io (dopo Sanremo) ho allegato alla mia lirica ” Il nostro grande Amore”, scritta il 15/2/2014,

  • “UN AMORE COSÌ GRANDE”, canzone che io avevo allegato alla mia lirica “Un Amore grande”, scritta il 06/10/2012.

Puoi immaginare il turbinio di sentimenti e di commozione che hanno sconvolto il mio cuore, accompagnati da calde lacrime che invano ho cercato di nascondere.

Profondamente commosso ho ringraziato Valentino!

Una signora che era seduta al mio tavolo ha avuto la sensibilità di avvedersene e, molto discretamente, mi ha chiesto il motivo della mia commozione: per sommi capi le ho spiegato i motivi e lei, con molta delicatezza, ha cercato di confortarmi.

L’ho ringraziata e ci siamo salutati ……… non so chi sia !!!

La serata pian piano si è conclusa e Fabiola (la P.R. del locale), dato che avevo  chiesto al cameriere se potesse servirmi lo “Spumone” al posto del dolce previsto, me lo ha preparato e servito lei stessa in giardino, dove fumando, cercando di metabolizzare quanto accaduto. Era eccezionale.

Non aggiungo altro ma …… mi faceva piacere metterti al corrente di quanto accaduto nel corso di questa “serata speciale”.

                                                                                                                                                                                                                                   Affettuosamente, Nicolò.

in Roma, domenica 7 di giugno del 2015 alle ore 03,30

 

 

L’AMORE UNIVERSALE

10 di giugno del 2015: 

ALLA MIA “LUNA”: UN REGALO PER IL COMPLEANNO DEL SUO “LUPO” INNAMORATO

L'AMORE-UNIVERSALE

L’AMORE-UNIVERSALE

L’AMORE UNIVERSALE  

a Isabella da Nicolò

Ciao Amor mio, è il mio cuore che ti parla

oppresso dalla sorte e non vuole accettarla.

Noi viviamo in simbiosi, anche se distanti,

sei sempre presente … sempre a me davanti !

Abbiamo vissuto insieme oltre quarant’anni,

ma noi già eravamo insieme da millanta anni

ed in questi infiniti anni che già sono passati

noi siamo stati uniti e ci siamo sempre amati:

il destino nostro fu … coltivare questo Amore

che ci  rallegrò l’Anima e nutrì il nostro cuore.

Questo Tempo ritornerà nel Mondo Iperuranio

come fu in passato, in un Tempo Leggendario.

Ma forse succederà ancora, forse su questa Terra,

dove in un prossimo domani continuerem la guerra

dei mortali che tornano … per guadagnar la Pace …

la Pace che trae origine dal Fuoco e dalla Brace:

la Brace degli inetti … dei perdenti … degli incapaci,

che non han provato Amore e non han provato Baci!

Sono Doni che noi invece per sorte abbiamo avuto …

che oggi ci hanno tolto … ma che non abbiam perduto

e che alla fine del Tempo troveremo nel Mondo Ideale,

nel Mondo dell’Amore ……… dell’Amore Universale !!!

in Roma, il 10 di giugno del 2015 alle ore 02,30

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COMMENTO: dell’Autore

            Questo Autore continua il suo percorso terreno fra la “Sofferenza” e l”Insofferenza”.

Nei momenti di maggior pena, continua ad inveire contro il “Destino” crudele che lo ha voluto colpire nell’affetto suo più caro, privandolo della compagnia terrena della sua amata Sposa Isabella; lo stesso “Destino” che, imperterrito, continua ad accanirsi contro di lui preparandogli altri colpi “ferali”.

La “Rassegnazione”, purtroppo, non è una freccia contenuta nella faretra di Nicolò!

Poi, però, l’Amore che ancora porta ad Isabella addolcisce il suo dolore e gli apre nuove chiavi di lettura, affinché possa accettare quanto il Destino gli ha riservato.

            In questa sofferta “lirica”, si fa strada in lui una concezione filosofica propria del “pensiero” orientale: la “Metempsicosi” o “reincarnazione”.

            Nel corso delle sue ricerche questo Autore si è imbattuto in un “video” del cantautore Amedeo Minghi: “IO NON TI LASCERO’ MAI”, che lo aiuta a “capire” ed a “rassegnarsi”.

            Alcune parole del testo:

“MILLE E MILLE ANNI CI SIAMO CERCATI”

lo colpiscono e, conseguentemente, lo fanno riflettere, per cui si crea un sua propria “realtà”.

            L’Amore fra Isabella e Nicolò è già esistito nei secoli passati, per por rifiorire nella loro vita attuale (prematuramente interrotta) e destinato a rinascere in un prossimo futuro, fino a quando questo ciclo non sarà concluso per essere assorbito dall”Amore Universale”, vera “fonte di Vita Eterna”.

            Solamente così, questo Autore riesce a dare un senso alla sua vita e continuare a vivere in “simbiosi” con la sua Sposa, finché il suo “Tempo” non avrà avuto termine.

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IO NON TI LASCERO’ MAI       (di Amedeo Minghi)

Pubblicato il 03 ott 2014

sito ufficiale:  http://www.amedeominghi.info/

Videoclip ufficiale del brano “Io non ti lascerò mai”, singolo inedito estratto dal nuovo album di Amedeo Minghi, “Suoni tra ieri e domani”, in uscita il 14 Ottobre.
Il video è stato girato in Sicilia nella Tomba di Minosse, nel castello di Gresti e tra i crateri silvestri. 
https://www.youtube.com/watch?v=zz_OQ8yksGM

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TESTO

Noi siamo stati ad un passo da noi
per mille anni sul ciglio del cuore,
consumati da tutto il dolore
in quel silenzio ferito che sei:
quante volte avrei detto di si
certi ricordi vederli finire,
non ho il coraggio per farli svanire,
lasciando solo un amore così
che ci somiglia ancora
e brilla come un diamante …
scintilla qui per noi.
Io non ti lascerò mai
dove e comunque tu sei,
io non ti perderò mai
e tutto il tempo vorrei,
io non ti lascerò mai,
perché nemmeno potrei,
io non ti lascerò mai …
non ti lascerò mai …
Io non ti lascerò mai dal mondo,
dove comunque tu sei ti sento,
io non ti perderò mai davvero
non aspettarti potrei,
io non ti lascerò mai ti penso
in ogni giorno ci sei per sempre
io non ti lascerò mai …
non ti lascerò mai …
Quel respiro leggero che hai,
l’onda del petto che scende e che sale,
e mentre sogno ti penso e fa male …
un altra vita eravamo oramai
adesso si che sto imparando
a stare nel mondo,
ancora qui per noi.

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COMMENTO :        di Amedeo Minghi

“Io non ti lascerò mai” inevitabilmente esprime lo stato d’animo attuale Ho composto una melodia organica, un crescendo emotivo e musicale, a tratti epica ed evocativa. Atmosfera di un mondo poetico che da sempre mi sta a cuore: l’Amore. Qui, si riannoda e si eterna in un legame che va oltre il tempo e le stagioni, oltre la vita stessa, si fa canto e poesia.

Quando un artista è chiamato a raccontare il proprio dolore … … sa che con la propria arte ha già detto tutto.

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ALTRI COMMENTI

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abdelkhalek souani :

Grande Amadeo Minghi come sempre condivido pienamente questa canzone perché le parole mi toccano da molto vicino troppo direi capisco il sentimento e solo chi ha perso il suo Amore perché la morte la portato via sente il profondo senso di questa bellissima canzone che dedico per il mio Amore che mi guarda da lassù ma non ce lasceremo maiii … Grazie Amadeo Minghi

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dianamaria giuntini:

Tra le tue braccia in silenzio se ne e andata, Dio mio che risveglio !

Lei se ne era andata per sempre!

Quanta sofferenza hai sul tuo volto: un Amore di 40 anni insieme … la fine … che non tornerà più …. mi spiace, so la sofferenza di perdere la persona amata !

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francesco decarlo:

Pensa , che è riuscito a cantare dopo una settimana che era morta la moglie …

Grande Professionista,Grande Artista………..

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Simone Signorello :

Ciao Maestro!

neanche Lei ti lascerà mai … eterno Amore come eterna è questa splendida canzone.

Continua così … Facci vibrare il cuore come solo tu sai fare, come te lo faceva vibrare Lei e continua a vibrare dentro di Te!

Saluti

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METEMPSICOSI  (dall’Enciclopedia “TRECCANI”)

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Dal greco μετεμψύχωσις, composto da μετά (preposizione che indica il trasferimento), ἐν («dentro») e ψυχή («anima»). Credenza propria di alcune dottrine religiose secondo cui, dopo la morte, l’anima trasmigra da un corpo all’altro, fin quando non si sia completamente affrancata dalla materia. Originaria dell’antica India e attestata già nelle “Upaniṣad”(1) (in cui è connessa alla teoria del karma), questa dottrina fu accettata in parte e perfezionata dal “Buddismo”.

(1) Le Upaniṣad (sanscrito, sostantivo femminile, devanāgarī: उपनिषद्) sono un insieme di testi religiosi e filosofici indiani composti in lingua sanscrita a partire dal IX-VIII secolo a.C. fino al IV secolo a.C. (le quattordici Upaniṣad vediche) anche se progressivamente ne furono aggiunti di minori fino al XVI secolo raggiungendo un numero complessivo di circa trecento opere aventi questo nome. Trasmesse per via orale, furono messe per iscritto per la prima volta nel 1656 quando il sultano musulmano Dara Shikoh (1615-1659) ordinò la traduzione dal sanscrito alpersiano di cinquanta di esse e quindi la loro resa in forma scritta. (da Wikpedia)

 

            In Occidente la dottrina della “metempsicosi” si ritrova nella religione mistica degli “orfici” (da cui è poi passata nella filosofia greca), per la quale la metempsicosi non termina, come nel buddismo, con l’annientamento dell’individualità umana, ma con il trionfo completo dello spirito (concepito come eterno) sulla materia nella quale era stato imprigionato (σῶμα=σῆμα), ma da cui riesce finalmente a liberarsi.

Il termine metempsicosi nasce più tardi e compare per la prima volta negli scrittori della prima età cristiana (per es., in Alessandro di Afrodisiade, De anima, 27, 18; Porfirio, De abstinentia, IV, 16; Proclo, In Platonis Rempublicam, ed. Kroll, II, 340); talvolta la credenza è indicata con il termine – ritenuto più corretto da Olimpiodoro (Commento al Fedone, 81, 2) – «metensomatosi», che si legge in Plotino (Enneadi, I, 1, 12; II, 9, 6; IV, 3, 9). La dottrina è comunque professata in ambito pitagorico, attestata in Empedocle, Platone, Plotino, in diversi neoplatonici e, in ambiente cristiano, sostenuta da gnostici, manichei e, nel Medioevo, dai catari; essa assume nei vari contesti sfumature diverse. Necessaria alla purificazione dell’anima e interpretata come punizione per una vita non vissuta come si addice all’uomo, la m. si inserisce nell’orfismo nel ciclo cosmico della generazione e del rinnovamento e in quello escatologico-soteriologico nella tradizione che va da Pitagora a Platone, passando per Empedocle (fr. 115, 117, 119). Nel Fedone (70 c) la dottrina della metempsicosi è attribuita a un’antica tradizione, mentre nel Fedro (248 c-d) la legge di Adrasteia (il Destino), vincola l’uomo al ciclo delle rinascite in corpi diversi, a seconda del grado di reminiscenza delle cose divine contemplate nel Mondo delle Idee.

Nella Repubblica (617 b) Platone sostiene la responsabilità dell’anima nella scelta del corpo in cui si incarnerà.

Quanto al sostrato corporeo che accoglierà l’anima nel ciclo delle reincarnazioni, si possono rintracciare posizioni differenti. Diogene Laerzio (Vite dei filosofi, VIII, 4-5) ricorda come la tradizione insistesse sul fatto che Pitagora aveva attraversato più vite, di cui egli era eccezionalmente in grado di ricordarsi; la sua anima aveva peregrinato in piante e animali, oltre che nei corpi di altri esseri umani.  

Il principio secondo cui l’anima umana si incarna in realtà inferiori (come sostenuto negli Oracoli caldaici) sembra accettato anche da Empedocle (fr. 117, 127) e dallo stesso Platone (Fedone, 81 e-82 b; Repubblica, 620 d); ricordato in Plotino (Enneadi, III, 4, 2) viene però respinto da Porfirio (secondo una testimonianza di Agostino, De civitate Dei, X, 30), da Giamblico (De mysteriis Aegyptiorum, I, 8) e dalla maggior parte degli scrittori neoplatonici, nonché dall’autore del 10° trattato del “Corpus hermeticum”.

Dall’ellenismo la metempsicosi è passata anche ad altre religioni; però ha trovato maggior favore soltanto presso qualche autore particolare o qualche ristretto circolo intellettuale, generalmente con tendenza ad accogliere piuttosto le concezioni indiane che quelle occidentali.

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